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La ricerca/azione.

Secondo una diffusa opinione esiste una netta distinzione fra il conoscere e l’agire, fra il pensiero e l’azione. Questa dicotomia, frutto del razionalismo cartesiano, si è sviluppata anche come contrapposizione fra mondo delle idee e prassi quotidiana rendendo difficile la coesistenza fra teorici e pratici, fra studiosi e uomini d’azione ed è tuttora visibile nella vita sociale e culturale con la suddivisione fra scienze speculative e scienze applicate ed anche nella distinzione fra la scuola, periodo dell’acquisizione del sapere, e la vita, spazio dell’attività e dell’operatività. Anche l’educazione attiva ha subito e subisce le conseguenze di questa pretesa dicotomia, in quanto, a causa del suo carattere operativo, viene sottovalutata e a torto ritenuta poco dotata di spessore teorico.

Lo studio dei rapporti fra azione e conoscenza acquista una diffusione più ampia soprattutto con gli studi di Piaget, Bruner e Vygotskij. La teoria di Piaget va addirittura dall’azione al pensiero, in quanto sapere qualcosa è il risultato di un processo di azione fisica e mentale. Ma sarà soltanto con la scoperta dei neuroni specchio e della cognizione incarnata (embodied cognition) che la fondatezza biologica di uno strettissimo nesso fra conoscere ed agire si farà strada.

Dobbiamo a Kurt Lewin (1890 – 1947) l’invenzione della ricerca-azione, la cui definizione data del 1946, giusto un anno prima della morte di Lewin. Egli, quindi, non ebbe il tempo di sviluppare la sua ricerca. Tuttavia, le indicazioni metodologiche che ci ha lasciato appaiono ancora oggi attuali. Sviluppatasi nel crogiuolo delle teorie della Gestalt e delle dinamiche di gruppo, sotto il profilo metodologico la ricerca-azione non ha carattere lineare, ma è un processo ciclico che procede a spirale -e che potrebbe non aver fine- passando per tre momenti: la pianificazione, l’azione, l’analisi dei risultati.

Non si deve, però, venir tratti in inganno dalla parola pianificazione, immaginando una progettazione a tavolino che precede l’azione definendone i dettagli. Sia l’idea generale di cambiamento che il bisogno nel perseguire un certo obiettivo, pur saldamente fondate sulla condivisione da parte del gruppo, non riescono infatti in un primo momento a definire con chiarezza il percorso da intraprendere. In seguito, quando il campo della ricerca sarà più sviluppato, allora si potrà valutare l’efficacia dell’azione e se questa corrisponde alle aspettative, che nel frattempo, però, saranno in parte mutate. Questo consentirà di valutare la validità di determinate tecniche d’azione e fornirà le basi per il passo successivo facendo fronte all’eventuale necessità di modificare il piano complessivo. Di qui la necessità che i partecipanti familiarizzino con gli aspetti scientifici dell’argomento della ricerca. Lo stesso processo è poi ripetuto per ogni fase della ricerca-azione. In essa, pur restando una distribuzione dei ruoli in ragione di competenze e propensioni, viene meno il potere che il conduttore o responsabile esercita sugli altri.

La portata rivoluzionaria della ricerca-azione è quella di aver riunito, in un processo a spirale, i momenti peculiari della conoscenza teorica e quelli dell’azione, il cambiamento di una determinata realtà con il cambiamento del gruppo e di aver in qualche modo ricongiunto ricerca di base e ricerca applicata, sistema osservatore e sistema osservato, progettazione ed esecuzione.

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